Hanno acciuffato Arsenio Lupin
Un viaggio iniziato così a gonfie vele ha avuto una fine piuttosto bizzarra. La nave La Provence era un transatlantico veloce e pieno di comodità, capitanato da uno degli uomini più alla mano che ci siano, con dei passeggeri che formavano una società d’élite e incantevole. La voglia di conoscere nuove persone e i momenti di svago improvvisati hanno fatto sì che il tempo scorresse facilmente. Ci siamo goduti quella bella sensazione di essere separati dal mondo, vivendo come se fossimo su un’isola sconosciuta e, di conseguenza, obbligati a socializzare tra noi.
Avete mai pensato a quanta originalità e schiettezza sprizzino da questi svariati individui che, la sera prima, non si conoscevano neanche e che adesso, da giorni ormai, sono condannati a condurre una vita in piena intimità, sfidando insieme la rabbia dell'oceano, il tremendo assalto delle onde, la violenza della tempesta e l'angosciante piattezza dell'acqua calma e sonnolenta? Una vita così diventa una specie di dramma esistenziale, fra alti e bassi, monotonia e colpi di scena. Magari, ecco perché ci imbarchiamo in questo breve viaggio provando sentimenti contrastanti di gioia e paura.
Negli ultimi anni, comunque, il viaggiatore d’oltreoceano ha iniziato a provare una nuova sensazione. Oggi, l’isolotto galleggiante è connesso al mondo dal quale una volta era praticamente libero, attraverso un legame che trapassa il cuore dell’Atlantico. Ringraziamo il telegrafo senza fili, senza il quale non riceveremmo le notizie nei modi più inspiegabili. Lo sappiamo troppo bene che il messaggio non viaggia attraverso la cavità di un filo, ma il mistero si infittisce ed è degno di un romanzo se pensiamo che questo miracolo ondeggia per aria. Durante il primo giorno di viaggio abbiamo avuto la sensazione di essere seguiti, scortati, addirittura sorpassati da quella voce remota, che ogni tanto sussurrava in qualche orecchio delle paroline provenienti dal mondo che si dileguava. Ho scambiato due parole con un paio di amici, mentre altri dieci, venti salutavano il resto dei passeggeri, chi con il sorriso, chi con un tono da funerale.
Il giorno dopo, lontani circa 805 km dalle coste francesi, in mezzo a una tempesta battente, abbiamo ricevuto il seguente messaggio proprio dal telegrafo senza fili:
“Arsenio Lupin è sulla vostra nave, cabina 1, è biondo, ha una ferita sull’avambraccio destro e viaggia da solo facendosi chiamare R........”
Un fulmine agghiacciante cadde dalle nuvole in tempesta e tanti cari saluti alle onde elettromagnetiche. Inutile dire che il resto del messaggio non arrivò mai. Sapevamo soltanto l’iniziale del nome che usava Arsenio Lupin per camuffarsi.
Se fosse stata una notizia qualunque, sono sicuro che l'operatore telegrafico e gli ufficiali della nave l'avrebbero custodita come un segreto di Stato. Ma questa era una di quelle notizie che sfuggono come le anguille. Non si sa come, ma nel giro di poche ore la notizia si sparse a macchia d’olio e tutti i viaggiatori sapevano che il celebre Arsenio Lupin si nascondeva in mezzo ai passeggeri.
Arsenio Lupin è tra noi! Il ladro scatenato le cui prodezze avevano riempito le pagine dei giornali negli ultimi mesi! Il tizio misterioso che aveva fatto impazzire Ganimard, il nostro detective più sveglio, in una sfida senza esclusione di colpi tra scenari da cartolina. Arsenio Lupin, il gentiluomo snob che si diverte solo nei castelli e nei salotti alla moda, una notte entrò nella casa del Barone Schormann e se ne andò a mani vuote. Ma lasciò un biglietto con scritto: “Arsenio Lupin, ladro gentiluomo, tornerà quando i mobili non saranno delle fregature da mercatino dell’usato!” Arsenio Lupin, l'uomo dai mille volti: oggi autista, domani detective, dopodomani allibratore, e così via, passando da medico russo a torero spagnolo, da viaggiatore d’affari a giovanotto muscoloso, fino a vecchietto decrepito.
Ora immaginate questa scena surreale: Arsenio Lupin che se ne va a zonzo su un transatlantico, in un minuscolo angolo di mondo galleggiante, in quella sala da pranzo, in quella sala fumatori, in quella sala musica! Arsenio Lupin poteva essere forse quel gentiluomo là… o quell’altro… il mio vicino di tavolo… o il mio compagno di cabina…
“E questa situazione durerà cinque giorni!” esclamò Miss Nelly Underdown la mattina dopo. “Che fastidio! Spero lo arrestino subito!”
Poi si rivolse a me e aggiunse:
“E tu, Monsieur d’Andrézy, sei in buoni rapporti con il capitano. Per caso sai qualcosa?”
Avrei adorato avere qualche informazione da condividere con Miss Nelly. Era una di quelle creature magnifiche che attirano inevitabilmente l’attenzione in ogni occasione. La ricchezza e la bellezza formano una combinazione irresistibile, e Nelly le aveva entrambe.
Istruita a Parigi dalla madre francese, ora si preparava a fare visita al padre, il milionario Underdown di Chicago, accompagnata da una delle sue amiche, Lady Jerland.
All'inizio avevo pensato di provarci con lei, ma con l’intimità che cresceva a bordo, mi resi conto che i miei sentimenti erano diventati troppo seri e profondi per un semplice flirt. E, tra l’altro, lei accettava le mie avances senza troppi problemi. Si sforzava di ridere alle mie battute e di mostrare un briciolo di interesse per le mie storie. Però non potei fare a meno di notare il mio rivale: un tipetto dall’aria misteriosa e con i gusti sofisticati. A volte pensavo che forse, chissà perché, preferiva la sua verve da soprammobile alle mie cialtronate parigine. Era uno dei tanti ammiratori che gironzolavano intorno a Miss Nelly quando mi lanciò quella domanda, mentre stavamo tutti comodamente stravaccati sulle sdraio. Il cielo era finalmente libero dalla tempesta della sera prima e il tempo ci sorrideva.
“Non ne so niente, mademoiselle,” risposi, “ma non siamo forse in grado di investigare tanto bene quanto il detective Ganimard, l’acerrimo nemico di Arsenio Lupin?”
“Ah! ah! Stai facendo progressi molto rapidi, monsieur!”
“Non proprio, mademoiselle. Innanzitutto, ti faccio una domanda: secondo te è una questione complicata?”
“Molto complicata.”
“Quindi hai dimenticato la chiave che abbiamo per risolvere il mistero?”
“Quale chiave?”
“Prima di tutto, Lupin si fa chiamare Monsieur R…”
“Informazione piuttosto vaga,” rispose lei.
“In secondo luogo, viaggia da solo.”
“E questo sarebbe d’aiuto?” chiese lei.
“In terzo luogo, è biondo.”
“Beh?”
“Quindi basta leggere la lista dei passeggeri e andare per esclusione.”
Avevo la lista nella tasca del cappotto. La tirai fuori e le diedi un’occhiata. Poi dissi:
“Vedo che ci sono solo tredici uomini nella lista dei passeggeri i cui nomi iniziano con la lettera R.”
“Tredici e basta?”
“Sì, nella prima cabina. E di questi tredici, nove sono accompagnati da donne, bambini o servitù. Rimangono solo quattro che viaggiano da soli. Primo, il Marchese de Raverdan—”
“Segretario dell’Ambasciatore Americano,” interruppe Miss Nelly. “Lo conosco.”
“Maggiore Rawson,” continuai.
“È mio zio,” disse qualcuno.
“Signor Rivolta.”
“Qui!” esclamò un italiano, con il volto nascosto da una barba nera e folta.
Miss Nelly scoppiò a ridere e disse: “Quel signore sicuramente non è biondo.”
“Benissimo,” dissi, “siamo costretti a concludere che il colpevole è l’ultimo della lista.”
“E chi è?”
“Monsieur Rozaine. Qualcuno lo conosce?”
Nessuno rispose, tranne Miss Nelly che si voltò verso il giovane taciturno, le cui attenzioni verso di lei mi avevano infastidito, e disse:
“Allora, Monsieur Rozaine, perché non rispondi?”
Lo stavano fissando tutti. Era biondo. Devo confessare che un po’ ero scioccato e il silenzio di tomba che seguì la domanda di Miss Nelly era segno che anche gli altri erano tutt’a un tratto in allerta. Tuttavia, l’idea sembrava ridicola, perché il gentiluomo in questione aveva un’aria da cerbiatto spaesato.
“Perché non rispondo?” disse. “Perché, visto come mi chiamo, la mia posizione di viaggiatore solitario e il colore dei miei capelli, sono arrivato alla stessa conclusione e ora penso che dovrei farmi arrestare.”
Il suo aspetto era davvero strambo mentre diceva queste parole. Aveva le labbra sottili serrate più del solito, il volto pallido come un lenzuolo e gli occhi iniettati di sangue. Ovviamente stava scherzando, ma il suo atteggiamento e il suo aspetto ci colpirono in modo strano.
“Hai la ferita o no?” chiese Miss Nelly, ingenua.
“È vero,” rispose lui, “la ferita non ce l’ho.”
Poi alzò la manica e ci mostrò il braccio, ma quella mossa non mi ingannò. Aveva mostrato il braccio sinistro e stavo per farglielo notare, quando un altro fatto distolse la nostra attenzione. Lady Jerland, l'amica di Miss Nelly, arrivò correndo verso di noi in stato di forte agitazione:
“Mi hanno rubato tutti i gioielli, le perle! Sono spariti!”, esclamò.
Per fortuna, non erano proprio tutti scomparsi, come scoprimmo subito. Il ladro aveva rubato solo una parte dei gioielli: una scelta abbastanza particolare. Tra diamanti a forma di sole, pendenti scintillanti, bracciali e collane, il ladro aveva optato non per le pietre più grandi, ma per quelle più raffinate e costose. Le montature erano rimaste sul tavolo come dei fiori spogliati dai loro preziosi petali. Il furto era stato compiuto mentre Lady Jerland sorseggiava il tè, in pieno giorno, in una cabina affacciata su un corridoio frequentatissimo. Inoltre, il ladro aveva dovuto forzare la porta della cabina, cercare la scatola dei gioielli, che era nascosta in fondo a una cappelliera, aprirla, selezionare il bottino e smontarlo.
Ovviamente, tutti i passeggeri giunsero subito alla conclusione che fosse stato Arsenio Lupin.
Quella sera a cena, i posti a destra e a sinistra di Rozaine erano rimasti vuoti e, ben presto, si diffuse la voce che il capitano l’aveva messo dietro le sbarre. La notizia ci fece sentire al sicuro, così tirammo un sospiro di sollievo. La sera stessa riprendemmo a giocare e ballare. Miss Nelly era di un’allegria spensierata che lasciava poco spazio ai ricordi di Rozaine. Se all’inizio le sue attenzioni le erano piaciute, ora sembrava averle dimenticate. Il suo fascino e la sua vivacità mi conquistarono definitivamente, e così, a mezzanotte, al chiaro di luna, le dichiarai la mia devozione con un ardore che, a giudicare dal suo sorriso, non sembrò affatto dispiacerle.
Ma il giorno dopo, con nostra enorme sorpresa, Rozaine era di nuovo in circolazione come se nulla fosse. A quanto pare le accuse contro di lui non reggevano: aveva esibito documenti impeccabili che dimostravano come fosse il figlio di un ricco mercante di Bordeaux. E, come se non bastasse, le sue braccia non mostravano nemmeno un graffio.
“Documenti! Certificati di nascita!” esclamavano i nemici di Rozaine, “ma certo, Arsenio Lupin potrebbe fornirtene quanti ne vuoi! E per quanto riguarda la ferita, o non l'ha mai avuta o se l'è fatta sparire.”
Poi fu dimostrato che, al momento del furto, Rozaine stava beatamente passeggiando sul ponte. A ciò, i suoi nemici risposero che un tipo come Arsenio Lupin poteva commettere un crimine senza neanche esserci. E poi, al di là di tutte le altre circostanze, c’era un punto su cui nemmeno i più scettici riuscivano a trovare una risposta: chi, a parte Rozaine, viaggiava da solo, era biondo e aveva un nome che iniziava per R? A chi altro si riferiva il telegramma, se non a Rozaine?
E quando Rozaine, pochi minuti prima di colazione, si avvicinò spavaldamente al nostro gruppo, Miss Nelly e Lady Jerland si alzarono e se ne andarono.
Un’ora dopo, un manoscritto cominciò a circolare di mano in mano tra i marinai, gli steward e i passeggeri di tutte le classi. Annunciava che il Monsieur Louis Rozaine offriva una ricompensa di diecimila franchi a chiunque avesse scoperto Arsenio Lupin o chiunque fosse in possesso dei gioielli rubati.
“E se nessuno mi aiuta, smaschererò io stesso quel criminale!” dichiarò Rozaine.
Rozaine contro Arsenio Lupin, o meglio, secondo l'opinione comune, Arsenio Lupin contro Arsenio Lupin. La situazione diventava interessante.
Nei due giorni successivi, non accadde niente di che. Vedemmo Rozaine vagare avanti e indietro, giorno e notte, a caccia, interrogando, indagando. Anche il capitano si mostrò particolarmente attivo: fece perquisire la nave da prua a poppa, setacciando ogni cabina secondo la credibile teoria che i gioielli potessero essere nascosti ovunque, tranne che nella stanza del ladro stesso.
“Immagino che presto salterà fuori qualcosa,” mi disse Miss Nelly. "Può pure essere un mago, ma non può far sparire diamanti e perle per sempre.”
“Su questo hai ragione,” risposi, “ma dovrebbero controllare anche nei rivestimenti dei nostri cappelli, nei gilet e in tutto quello che ci portiamo dietro.”
Poi, mostrando la mia Kodak 9x12, con cui l’avevo fotografata in varie pose, aggiunsi: “In un coso piccolo come questo, uno potrebbe infilarci tranquillamente tutti i gioielli di Lady Jerland. Basterebbe fingere di fare qualche foto e nessuno lo sgamerebbe.”
“Ma ho sempre sentito dire che ogni ladro lascia qualche traccia.”
“Di solito sì,” risposi, "ma con Arsenio Lupin le regole cambiano.”
“E perchè?”
“Perché lui non pensa solo al colpo, ma anche a tutti i dettagli che potrebbero incastrarlo.”
“Qualche giorno fa sembravi più ottimista.”
“Sì, ma da allora ho visto di cosa è capace.”
“E adesso che idea ti sei fatto?” chiese lei.
“Ad essere sincero, penso che stiamo perdendo tempo.”
E infatti, l’indagine non aveva cavato un ragno dal buco. Nel frattempo, però, il capitano si era fatto fregare l’orologio. Era furioso, intensificò i controlli e tenne d’occhio Rozaine più di prima. Ma il giorno dopo, l’orologio venne ritrovato nella scatola dei colletti del secondo ufficiale.
Questa faccenda lasciò tutti a bocca aperta, mostrando il lato sarcastico di Arsenio Lupin: un ladro, ma principiante. Sapeva come fare business e divertisti allo stesso tempo. Ci ricordava quei commediografi che rischiano di schiattare dal ridere per una battuta della loro stessa commedia. Lupin era un vero artista nel suo campo, e ogni volta che vedevo Rozaine, tutto musone e chiuso in sé stesso, pensando al doppio gioco che stava facendo, non potevo fare a meno di provare una certa stima per lui.
La sera dopo, l’ufficiale di turno sentì dei gemiti provenire dall’angolo più buio della nave. Si avvicinò e trovò un tizio per terra, la testa avvolta in una sciarpa grigia e le mani legate con una corda spessa: era Rozaine. Lo avevano pestato, atterrato e ripulito. Un bigliettino spillato sul suo cappotto diceva: “Arsenio Lupin accetta con piacere i diecimila franchi offerti dal Monsieur Rozaine.” Peccato che nel portafoglio ci fossero ventimila franchi!
Ovviamente, alcuni sospettarono che il povero Rozaine avesse inscenato tutto il casino da solo. Ma, a parte il fatto che non avrebbe mai potuto legarsi così, si scoprì che la calligrafia sul biglietto era tutta un’altra storia rispetto a quella di Rozaine, e somigliava invece a quella di Arsenio Lupin, come riportato in un vecchio giornale trovato a bordo.
Quindi sembrava che Rozaine non fosse affatto Arsenio Lupin, ma semplicemente Rozaine, il figlio del mercante di Bordeaux. E così, Arsenio Lupin tornò a essere una presenza concreta, e in modo decisamente più inquietante.
Il panico a bordo era tale che nessuno voleva rimanere da solo in cabina o girare senza compagnia in posti poco frequentati della nave. Ci aggrappavamo l’uno all’altro per sicurezza e anche le amicizie più strette erano messe a dura prova dalla diffidenza generale. Adesso, Arsenio Lupin era uno, nessuno e centomila. Le nostre menti esaltate gli attribuivano poteri da supereroe. Lo immaginavamo in grado di trasformarsi in chiunque: ora era il rispettabile Maggiore Rawson, ora il nobile Marchese de Raverdan, e magari (e non ci fermavamo più alla lettera R) qualunque altro tipo conosciuto da tutti noi, con moglie, figli e servitù.
Le prime comunicazioni radio dall’America non hanno riportato alcuna notizia. O perlomeno, il capitano non ci ha detto nulla. Il silenzio era assordante.
Il nostro ultimo giorno sulla nave sembrava durare un'eternità. Vivevamo con la costante paura che potesse succedere qualcosa di grosso. Stavolta non si trattava solo di un furto o di un piccolo assalto: qui si parlava di un vero e proprio crimine, tipo un omicidio. Nessuno aveva la minima idea che Arsenio Lupin si sarebbe limitato a due semplici scorribande. Lui era il padrone assoluto della nave, le autorità erano impedite, poteva fare di testa sua e noi eravamo completamente alla sua mercé.
Eppure, per me, erano ore d’oro, siccome mi garantivano la fiducia di Miss Nelly. Completamente scossa da tutto quel casino e con i nervi a fior di pelle, cercava protezione e sicurezza al mio fianco, cosa che mi mandava in bambola. Dentro di me benedicevo Arsenio Lupin. Era lui a farci stare così vicini! Grazie a lui, potevo ora crogiolarmi in dolci sogni d’amore e felicità, sogni che, a quanto pareva, Miss Nelly apprezzava. I suoi occhi sorridenti mi davano il via libera e la dolcezza della sua voce mi faceva sperare.
Avvicinandoci alla terra americana, sembrava che la frenetica caccia al ladro fosse finita e tutti non vedevamo l’ora di scoprire chi fosse questo misterioso Arsenio Lupin. Con quale nome o travestimento si nascondeva il famigerato ladro? Finalmente, quel momento cruciale arrivò. Se camperò cent’anni, lo ricorderò fino ad allora.
“Come sei pallida, Miss Nelly,” le dissi, mentre si appoggiava al mio braccio, quasi svenuta.
“E tu!” rispose lei, “ah, sei così diverso.”
“Pensa te! È un momento così emozionante e sono felice di condividerlo con te, Miss Nelly. Spero che la tua memoria possa ritorn…”
Ma le entrò da un orecchio e le uscì dall’altro. Era un fascio di nervi. La passerella era stata posizionata, ma prima che potessimo percorrerla, arrivarono a bordo gli ufficiali doganali in uniforme. Miss Nelly mormorò:
“Non mi stupirei se scoprissimo che Arsenio Lupin se l'è svignata dalla nave durante il viaggio.”
“Magari ha preferito il mare alla vergogna e si è lanciato nell’Atlantico piuttosto che farsi acciuffare.”
“Dai, non ridere,” disse lei.
Poi di colpo, in risposta alla sua domanda, dissi:
“Vedi quel vecchietto in fondo alla passerella?”
“Con l’ombrello e il cappotto verde oliva?”
“Esatto, è Ganimard.”
“Ganimard?”
“Proprio lui, il detective che ha giurato di prendere Arsenio Lupin. Ah! Ora capisco perché non abbiamo avuto notizie da quest’altra parte dell’Atlantico. Ganimard era qui e a lui non piace sbandierare ai quattro venti i suoi affari.”
“Pensi che arresterà Arsenio Lupin?”
“Chi può dirlo? Quando c’è di mezzo Arsenio Lupin l’imprevisto è all’ordine del giorno.”
“Oh!” esclamò lei, con quella curiosità morbosa tipica delle donne, “mi piacerebbe vederlo in gabbia.”
“Dovrai aspettare. Senza dubbio, Arsenio Lupin ha già adocchiato il suo nemico e non avrà fretta di lasciare la nave.”
I passeggeri iniziavano a sbarcare. Sostenuto dal suo ombrello, con aria di totale indifferenza, Ganimard sembrava non badare alla folla che si precipitava giù dalla passerella. Il Marchese di Raverdan, il Maggiore Rawson, l’italiano Rivolta e molti altri erano già scesi dalla nave prima che apparisse Rozaine. Povero Rozaine!
“Chissà, magari è lui alla fine,” disse Miss Nelly. “Che ne dici?”
“Secondo me sarebbe divertente scattare una bella foto a Ganimard e Rozaine insieme. Prendi tu la macchina fotografica, io sono già pieno di roba.”
Le passai la Kodak, ma ormai era troppo tardi per usarla: Rozaine era già passato davanti al detective. Un ufficiale americano dietro Ganimard si sporse e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Il detective francese alzò le spalle e Rozaine proseguì tranquillo. A quel punto, santo cielo, chi diavolo era Arsenio Lupin?
“Sì,” disse Miss Nelly ad alta voce, “chi sarà mai?”
A bordo ormai restavano solo una ventina di persone. Lei le guardava da sopra a sotto, una per una, con la paura che Arsenio Lupin fosse tra loro.
“Abbiamo aspettato troppo,” le dissi.
Lei si diresse verso la passerella. La seguii, ma non avevamo fatto nemmeno dieci passi che Ganimard ci sbarrò la strada.
“Insomma, che succede?” sbottai.
“Un attimo solo, monsieur. Che fretta ha?”
“Sto accompagnando la mademoiselle.”
“Un attimo,” ripeté con tono autoritario. Poi, guardandomi fisso negli occhi, aggiunse:
“Arsenio Lupin, vero?”
“Scoppiai a ridere e risposi: “Ma no, solo Bernard d’Andrézy.”
“Bernard d’Andrézy è schiattato tre anni fa in Macedonia.”
“Se fosse morto, io non sarei qui. Ma ha fatto un buco nell’acqua. Ecco i miei documenti.”
“Effettivamente sono i suoi. E posso dirti esattamente come li hai avuti.”
“Lei è pazzo!” esclamai. “Arsenio Lupin viaggiava con un nome che inizia per R…”
“Un altro dei tuoi trucchetti, una falsa pista che ha fregato tutti a Havre. Sei bravo, ragazzo, ma stavolta la fortuna ti ha girato le spalle.”
Esitai un attimo. Poi lui mi colpì di brutto sul braccio destro, facendomi urlare dal dolore. Aveva beccato proprio la ferita di cui parlava il telegramma.
Ero spacciato. Non avevo altra scelta. Mi voltai verso Miss Nelly, che aveva sentito tutto. I nostri sguardi si incrociarono, poi lei diede un’occhiata alla Kodak che le avevo messo in mano e fece un gesto come a dire che aveva capito tutto. Sì, lì, tra le pieghe del cuoio nero, nascosti nel corpo cavo al centro del piccolo oggetto che avevo provveduto a mettere nelle sue mani prima che Ganimard mi arrestasse, c’erano i ventimila franchi di Rozaine e le perle e i diamanti di Lady Jerland.
Ah! Giuro che, nella gravità di quel momento, mentre Ganimard e i suoi assistenti mi tenevano stretto, ero completamente indifferente a tutto: all’arresto, all’ostilità della gente... tutto, tranne a una cosa: cosa avrebbe fatto Miss Nelly con la roba che le avevo affidato?
Senza quella prova schiacciante, non avevo nulla da temere. A sua volta, Miss Nelly avrebbe deciso di spiattellarla? Mi avrebbe tradito? Avrebbe giocato la parte della nemica implacabile o quella della donna che, nonostante il disprezzo, non riesce a serbare rancore?
Lei mi passò davanti. Non dissi niente, ma feci un profondo inchino. Mescolata agli altri passeggeri, avanzò verso la passerella con la mia Kodak in mano. Pensai che non avrebbe osato smascherarmi in pubblico, ma magari lo avrebbe fatto in un luogo più appartato. Tuttavia, dopo solo pochi passi sulla passerella, con un gesto volutamente maldestro, lasciò cadere la macchina fotografica in acqua, tra la nave e il molo. Poi continuò a camminare e sparì in un lampo tra la folla. Era uscita dalla mia vita per sempre.
Rimasi immobile per un momento. Poi, con grande sorpresa di Ganimard, mormorai:
“Che peccato che non sono un uomo onesto!”
Ecco, questa era la storia del suo arresto, così come me l'ha raccontata Arsenio Lupin in persona. Gli avvenimenti successivi, che scriverò più in là, hanno creato tra noi un certo legame... posso dire di amicizia? Sì, mi azzardo a credere che Arsenio Lupin mi onori della sua amicizia, ed è per questo che, di tanto in tanto, si fa vivo e porta, nel silenzio della mia biblioteca, la sua esuberanza giovanile, l’entusiasmo contagioso e l’allegria di un uomo con il destino dalla sua parte.
Com’è fatto? Come potrei descriverlo? L’ho visto una ventina di volte e ogni volta era una persona diversa. Lui stesso una volta mi disse: “Non so più nemmeno chi sono. Non mi riconosco neanche allo specchio.” Di certo, era un grande attore, dotato di una straordinaria capacità di camuffarsi. Senza il minimo sforzo, poteva imitare la voce, i gesti e i modi di fare di chiunque.
“Perché,” disse, “perché dovrei mantenere le stesse sembianze? Perché correre il rischio di avere sempre la stessa identità? Le mie azioni saranno il mio biglietto da visita.”
Poi, con un pizzico di orgoglio, aggiunse:
“Anzi, meglio così! Nessuno potrà mai puntare il dito e dire: «Eccolo, è Arsenio Lupin!» L’importante è che la gente, davanti a un bel colpo, dirà senza esitazione: «Questa è opera di Arsenio Lupin!»”