L'Arresto di Arsène Lupin
Fu una strana conclusione per un viaggio cominciato tra i più lieti auspici. Il transatlantico a vapore La Provence era un’imbarcazione comoda e veloce, sotto il comando del più affabile degli uomini. I passeggeri formavano una squisita e selezionata società. Il fascino delle nuove conoscenze e i divertimenti improvvisati fecero sì che il tempo passasse in maniera piacevole. Godevamo quella piacevole sensazione di essere separati dal mondo, vivendo come se fossimo su un’isola sconosciuta, obbligati di conseguenza a essere socievoli gli uni con gli altri. E questo fu proprio ciò che facemmo.
Vi siete mai fermati a considerare quanta originalità e spontaneità si diffondano da questi vari individui che, fino alla sera precedente, non si conoscevano neanche e che adesso, per alcuni giorni, erano destinati a condurre una vita di estrema intimità, affrontando insieme la furia dell’oceano, l’assalto tremendo delle onde, la violenza delle tempeste e la straziante monotonia delle calme acque sonnolenti? Una vita del genere diventa una sorta di esistenza tragica, con le sue tempeste e i suoi splendori, la sua monotonia e la sua diversità, e forse, fu proprio per questo che ci imbarcammo per quel breve viaggio con un misto di sentimenti di piacere e di paura.
Tuttavia, negli ultimi anni, una nuova sensazione si era aggiunta alla vita del viaggiatore transatlantico. La piccola isola fluttuante era ora collegata a quel mondo da cui un tempo era libera. Un legame li univa, perfino nel cuore delle acque deserte dell’Atlantico: il telegrafo senza fili. Una voce da un altro universo che ci reca notizie nella maniera più misteriosa. Sappiamo perfettamente che il messaggio non è trasportato per mezzo di un cavo vuoto. No, il mistero è ben più inspiegabile, più romantico, ed è alle ali del vento che dobbiamo fare ricorso per spiegare questo nuovo miracolo.
Durante il primo giorno di viaggio, sentimmo di essere seguiti, scortati, perfino preceduti da quella voce distante che, di tanto in tanto, sussurrava a qualcuno di noi alcune parole da quel mondo che si allontanava. Due amici mi parlarono. Dieci, venti altri mandarono parole di addio, gaie o austere, agli altri passeggeri.
Il secondo giorno, a una distanza di cinquecento miglia dalla costa francese, nel mezzo di una violenta tempesta, ricevemmo il seguente messaggio per mezzo del telegrafo:
“Arsène Lupin è a bordo, prima classe, capelli biondi, ferita sull’avambraccio destro, in viaggio da solo sotto il nome di R…”
In quel preciso momento, un tremendo lampo illuminò il cielo tempestoso. Le onde elettromagnetiche furono interrotte e il resto del messaggio non ci raggiunse mai. Del nome sotto il quale si nascondeva Arsène Lupin, non ne conoscevamo che l’iniziale.
Se la notizia avesse riguardato un altro personaggio, non dubito che il segreto sarebbe stato attentamente custodito dagli operatori telegrafici, così come dal commissario di bordo e dal comandante. Ma era uno di quegli eventi che sembrano capaci di sfuggire alla discrezione più rigorosa. Quello stesso giorno, nessuno sapeva come, l’episodio divenne argomento degli attuali pettegolezzi e ogni passeggero venne a conoscenza che il famoso Arsène Lupin si nascondeva in mezzo a noi.
Arsène Lupin in mezzo a noi! L’inafferrabile ladro le cui gesta erano state narrate da tutti i giornali in quegli ultimi mesi! Il misterioso individuo con cui Ganimard, il più scaltro dei nostri detective, aveva ingaggiato un duello mortale che aveva dato vita ad avventure così pittoresche! Arsène Lupin, l’eccentrico gentiluomo che operava solo nei castelli e nei saloni più prestigiosi e che, una notte, dopo essere penetrato nella residenza del barone Schormann, se ne uscì a mani vuote lasciando il suo biglietto con su scritte queste parole: “Arsène Lupin, ladro gentiluomo, tornerà quando i mobili saranno autentici.” Arsène Lupin, l’uomo dai mille travestimenti: a volte un autista, un detective, un tenore, un allibratore, un medico russo, un torero spagnolo, un commesso viaggiatore, un giovane gagliardo, o un vecchio cadente.
Consideriamo poi quest’inquietante situazione: Arsène Lupin si aggirava entro i confini di un transatlantico a vapore, in quel minuscolo angolo di mondo, in quella sala da pranzo, in quella sala per fumatori, in quella sala da musica! Arsène Lupin sarebbe potuto essere questo gentiluomo… oppure quello… il mio vicino di tavolo… il mio compagno di cabina…
“E questa situazione durerà ancora cinque giorni!” esclamò la signorina Nelly Underdown la mattina seguente. “È intollerabile! Spero che sarà arrestato.”
Poi, rivolgendosi a me, aggiunse:
“E voi, signor d’Andrézy, voi che siete già in intimi rapporti con il comandante, non sapete nulla in merito?”
Sarei stato ben lieto di possedere qualunque informazione che potesse interessare la signorina Nelly. Era una di quelle magnifiche creature che inevitabilmente attirano l’attenzione a ogni adunata. Ricchezza e bell’aspetto formano una combinazione irresistibile e Nelly li possedeva entrambi.
Educata a Parigi sotto le cure di una madre francese, stava ora andando a visitare suo padre, il milionario Underdown di Chicago. Era accompagnata da una delle sue amiche, la signora Jerland.
Inizialmente, avevo deciso di aprire un corteggiamento con lei. Tuttavia, nell’intimità del viaggio che andava crescendo rapidamente, rimasi presto impressionato dalle sua affascinanti maniere e i miei sentimenti divennero troppo profondi e rispettosi per un semplice corteggiamento. Oltretutto, la signorina accolse le mie attenzioni con un certo favore. Si degnò di ridere alle mie arguzie e mostrò interesse verso le mie storie. Sentii, però, di avere trovato un rivale nella persona di un giovane piuttosto bello, riservato e dai gusti raffinati, e mi colpì come, a volte, la signorina sembrasse preferire il suo tacito umorismo alla mia frivolezza parigina. Il giovane faceva parte del circolo di ammiratori che circondava la signorina Nelly nel momento in cui lei mi rivolse la precedente domanda. Ci trovavamo sul ponte, comodamente seduti sulle nostre sedie a sdraio. La tempesta del giorno precedente aveva rischiarato il cielo. Il tempo era ora incantevole.
“Non so nulla di preciso, mademoiselle,” replicai, “ma non potremmo investigare sul mistero per conto nostro, proprio come il detective Ganimard, il nemico personale di Arsène Lupin?”
“Oh! Oh! State procedendo in fretta, signore.”
“Non direi, mademoiselle. Per prima cosa, permettetemi di chiedere, voi trovate che il problema sia particolarmente complicato?”
“Molto complicato.”
“Avete dimenticato la chiave che possediamo per la soluzione del problema?”
“Quale chiave?”
“Per prima cosa, Arsène Lupin si fa chiamare signor R…”
“Un’informazione piuttosto vaga.” Replicò.
“Secondo, è in viaggio da solo.”
“Questo vi è di qualche aiuto?” chiese.
“Terzo, ha i capelli biondi.”
“E quindi?”
“Quindi non ci resta che esaminare la lista dei passeggeri e procedere per esclusione.”
Avevo quella lista nella mia tasca. La tirai fuori e le diedi un’occhiata. Poi osservai:
“Mi risulta che ci siano solo tredici uomini sulla lista dei passeggeri il cui nome comincia con la lettera R.”
“Solo tredici?”
“Sì, in prima classe. E di questi tredici, risulta che nove di loro siano accompagnati da donne, bambini o domestici. Con questo rimaniamo con sole quattro persone che viaggiano da sole. Primo, il marchese di Raverdan…”
“Segretario d’ambasciata,” interruppe la signorina Nelly. “lo conosco.”
“Il maggiore Rawson…” continuai.
“È mio zio”, disse qualcuno.
“Il signor Rivolta…”
“Eccomi!” esclamò un italiano, la cui faccia era celata da una folta barba nera.
La signorina Nelly scoppiò in una risata ed esclamò: “Dubito che quel gentiluomo si possa definire biondo.”
“Molto bene, in tal caso,” dissi, “dobbiamo per forza concludere che il colpevole sia l’ultimo sulla lista.”
“E chi sarebbe?”
“Il signor Rozaine. Qualcuno lo conosce?”
Nessuno rispose. La signorina Nelly si voltò però verso il giovane taciturno, le cui attenzioni nei suoi confronti mi avevano infastidito, e disse:
“Dunque, signor Rozaine, perché non rispondete?”
Tutti gli occhi erano ora rivolti verso di lui. Era biondo.
Confesso che io stesso rimasi fortemente sorpreso. E il profondo silenzio che seguì la domanda della signorina indicava che anche gli altri presenti erano catturati da un’improvvisa sensazione di allarme. In ogni caso, quell’idea era semplicemente assurda, perché il gentiluomo in questione presentava un’aria della più perfetta innocenza.
“Perché non rispondo?” disse. “Perché, considerando il mio nome, la mia condizione di viaggiatore solitario e il colore dei miei capelli, sono già arrivato alla stessa conclusione e credo che ora dovrei essere arrestato.”
Il giovane aveva uno strano aspetto nel momento in cui pronunciava queste parole. Le sue labbra magre si assottigliarono ancora di più, la sua faccia divenne spaventosamente pallida. I suoi occhi, poi, erano iniettati di sangue. Naturalmente stava scherzando, eppure, il suo aspetto e il suo comportamento ci lasciarono una strana impressione.
“Ma non vi manca la ferita?” chiese ingenuamente la signorina Nelly.
“È vero,” rispose, “mi manca la ferita.”
Dopodiché sollevò la manica, rimuovendo il polsino, e ci mostrò il suo braccio. Ma immediatamente un pensiero mi colpì. I miei occhi incrociarono quelli della signorina Nelly: il giovane aveva mostrato il braccio sinistro. Ero sul punto di fare un’osservazione su questo fatto, quando un altro inconveniente attirò la nostra attenzione. La signora Jerland, l’amica della signorina Nelly, corse verso di noi in uno stato di grande agitazione, esclamando:
“I miei gioielli, le mie perle! Qualcuno me li ha rubati tutti!”
No, non erano stati rubati tutti, come presto scoprimmo. Il ladro aveva preso solo parte di essi, una cosa piuttosto curiosa.
Dei monili in diamanti, dei pendenti ingioiellati, dei braccialetti e delle collane, il ladro aveva preso, non le più grandi, ma le pietre migliori e più preziose. Le montature giacevano sul tavolo. Fu lì che le vidi, spogliate dei loro gioielli, come fiori i cui bellissimi petali colorati erano stati strappati senza pietà.
E il furto doveva essere stato commesso nel momento in cui la signora Jerland stava prendendo il tè, vale a dire in pieno giorno, in una cabina privata che dava su un corridoio molto frequentato. Inoltre, il ladro aveva dovuto forzare la porta della cabina, cercare il portagioielli, nascosto sul fondo di una cappelliera, aprirlo, selezionare il suo bottino e rimuoverlo dalle montature.
Naturalmente, tutti i passeggeri raggiunsero in un istante la medesima conclusione: era opera di Arsène Lupin.
Quel giorno, durante la cena, i posti alla destra e alla sinistra di Rozaine rimasero vuoti. La sera, poi, venimmo a sapere che il comandante lo aveva convocato.
Il suo arresto, di cui nessuno dubitava, produsse una sensazione di sollievo e di sicurezza. Potevamo finalmente tornare a respirare. Quella sera riprendemmo i nostri giochi e le nostre danze. L’eccezionale spirito di spensierata gaiezza della signorina Nelly mi convinse inoltre che, se anche le attenzioni di Rozaine avessero inizialmente ricevuto il suo favore, oramai le aveva già dimenticate. Il suo fascino e il suo buon umore mi conquistarono definitivamente. A mezzanotte, sotto una luna splendente, le dichiarai la mia devozione con un fervore che non parve dispiacerle.
Ma il giorno seguente, nello stupore generale, venimmo a sapere che le prove contro Rozaine non erano state sufficienti. Egli era ancora in libertà.
Figlio di un facoltoso mercante di Bordeaux, Rozaine aveva fornito documenti perfettamente in regola. Peraltro, le sue braccia non mostravano la minima traccia di una ferita.
“Documenti! Certificati di nascita!” esclamarono gli avversari di Rozaine, “Naturale! Arsène Lupin potrebbe fornirvene quanti ne desideriate! Quanto alla ferita, non l’avrà mai avuta, oppure ne avrà rimosso il segno.”
Successivamente fu provato che, al momento del furto, Rozaine stava passeggiando sul ponte. A quell’informazione, i suoi nemici risposero:
“E credete che un uomo come Arsène Lupin abbia bisogno di essere fisicamente presente per commettere un crimine?”
E poi, al di là di tutte le altre considerazioni, rimaneva un punto a cui nemmeno i più scettici potevano rispondere: chi, eccetto Rozaine, era in viaggio da solo, era biondo e portava un nome che iniziava per R? A chi si riferiva il telegramma, se non a Rozaine?
E quando Rozaine, pochi minuti dopo colazione, si diresse spavaldo verso il nostro gruppo, la signorina Nelly e la signora Jerland si alzarono e si allontanarono.
Senza dubbio, avevano paura.
Un’ora più tardi, una lettera circolare fu fatta passare di mano in mano tra i marinai, gli assistenti e i passeggeri di tutte le classi. Vi si annunciava che il signor Louis Rozaine offriva una ricompensa di diecimila franchi per lo smascheramento di Arsène Lupin o di chiunque fosse in possesso dei gioielli rubati.
“E se nessuno mi assisterà, smaschererò il farabutto da solo.” dichiarò Rozaine.
Rozaine contro Arsène Lupin, o piuttosto, secondo l’opinione comune, Arsène Lupin in persona contro Arsène Lupin. Lo scontro si annunciava interessante.
Non ci fu alcun sviluppo durante i due giorni seguenti. Vedevamo Rozaine vagare a destra e a manca, notte e giorno, cercando, domandando, investigando.
Anche il comandante mostrò un’energia encomiabile. Fece in modo che la Provence fosse ispezionata da prua a poppa. Tutte le cabine vennero perquisite con il pretesto, senza dubbio plausibile, che i gioielli potessero essere nascosti ovunque, eccetto che nella cabina del ladro.
“Immagino che troveranno presto qualcosa”, osservò la signorina Nelly. “Potrà anche essere un mago, ma non può far diventare invisibili diamanti e perle.”
“No di certo,” replicai, “ma farebbero meglio a esaminare anche la fodera dei nostri cappelli e dei nostri abiti e anche tutto ciò che portiamo con noi.”
Poi, mostrando la mia Kodak, una 9x12 con cui avevo immortalato la signorina in varie pose, aggiunsi:
“In un apparecchio non più grande di questo, una persona potrebbe nascondere tutti i gioielli della signora Jerland. Potrebbe far finta di fare delle foto e nessuno sospetterebbe nulla.”
“Ma ho sentito dire che ogni ladro lascia degli indizi dietro di sé.”
“In genere può essere vero,” replicai, “ma c’è un’eccezione: Arsène Lupin.”
“Perché?”
“Perché i suoi pensieri non sono concentrati solo sul furto, ma su qualunque circostanza collegata a esso che potrebbe servire come indizio per la sua identità.”
“Qualche giorno fa eravate più ottimista.”
“Sì, ma da allora ho potuto vederlo all’opera.”
“E che cosa ne pensate adesso?” chiese.
“Bè, secondo la mia opinione, stiamo sprecando il nostro tempo.”
Ed effettivamente, l’investigazione non produsse alcun risultato, o per lo meno, non quello che ci si aspettava: l’orologio del comandante era stato infatti rubato.
Egli era su tutte le furie e raddoppiò i suoi sforzi, tenendo d’occhio Rozaine più attentamente di prima. Tuttavia, il giorno seguente, l’orologio fu ritrovato nella scatola per colletto del secondo ufficiale.
Questo episodio destò particolare stupore e mise in mostra il lato umoristico di Arsène Lupin, che era si un ladro, ma anche un amante della sua professione. Univa il lavoro col divertimento. Ci dava l’impressione di un autore che segue divertito la rappresentazione della sua stessa opera e che, dietro le quinte, ride a crepapelle delle battute e delle vicende che lui stesso ha ideato. Certamente, nel suo campo, era un artista, e ogni volta che vedevo Rozaine, cupo e riservato, e pensavo al doppio ruolo che stava giocando, non potevo non concedergli una certa ammirazione.
La sera seguente, l’ufficiale in servizio di guardia sentì dei lamenti provenire dall’angolo più scuro della nave. Quando si avvicinò, trovò un uomo lì disteso, la testa avvolta in una spessa sciarpa grigia e le mani legate insieme con una cordicella.
Quell’uomo era Rozaine.
Era stato assalito, buttato a terra e derubato. Un biglietto da visita, appuntato sul suo cappotto, portava queste parole: “Arsène Lupin accetta con piacere i diecimila franchi offerti dal signor Rozaine.” In realtà, il portafoglio rubato conteneva ventimila franchi.
Naturalmente, alcuni accusarono il poveretto di aver simulato questo assalto verso se stesso. Ma, al di là del fatto che non avrebbe potuto legarsi in quella maniera, fu accertato che la scrittura sul biglietto era completamente diversa da quella di Rozaine e che, al contrario, somigliava alla grafia di Arsène Lupin, così come era riportata su un vecchio giornale trovato a bordo.
Sembrava quindi che Rozaine non fosse Arsène Lupin, ma semplicemente Rozaine, figlio di un mercante di Bordeaux. E la presenza di Arsène Lupin fu confermata ancora una volta, nella maniera più allarmante.
Lo stato di terrore tra i passeggeri era tale che nessuno aveva intenzione di rimanere da solo in cabina o di passeggiare in zone poco frequentate del battello senza essere accompagnato. Per la nostra sicurezza, restavamo attaccati l’uno con l’altro. Ciò nonostante, anche le conoscenze più intime erano divise da un sentimento comune di diffidenza. Arsène Lupin, ora, poteva essere chiunque tra di noi. La nostra immaginazione sovraeccitata gli attribuiva poteri illimitati e miracolosi. Lo credevamo capace di assumere i travestimenti più inaspettati. Egli poteva essere, uno dopo l’altro, il rispettabilissimo maggiore Rawson o il nobile marchese di Raverdan, o addirittura, poiché oramai non ci fermavamo più alla famigerata lettera R, addirittura questa o quell’altra persona da tutti conosciuta, che avesse moglie, figli e domestici.
I primi dispacci dall’America non portarono nuove notizie, o quantomeno, il comandante non ce ne comunicò nessuna. Quel silenzio non era rassicurante.
Il nostro ultimo giorno sul battello ci sembrò interminabile. Vivevamo nella paura costante di qualche catastrofe. Questa volta, non sarebbe stato un semplice furto o un’aggressione relativamente innocua; ci sarebbe stato un crimine, un omicidio. Nessuno credeva che Arsène Lupin si sarebbe limitato a quei due reati insignificanti. Assoluto padrone della nave, tra l’impotenza delle autorità, poteva fare qualunque cosa volesse. I nostri averi e le nostre vite erano a sua disposizione.
Eppure, quelle furono ore lietissime per me, poiché mi assicurarono la fiducia della signorina Nelly. Profondamente colpita da quei sorprendenti avvenimenti ed essendo di natura oltremodo inquieta, cercò presso di me, di sua spontanea volontà, la protezione e la sicurezza che ero pronto a darle con piacere.
Dentro di me, benedissi Arsène Lupin. Non era forse stato lui a far avvicinare così tanto me e la signorina Nelly? Grazie a lui, potevo ora crogiolarmi in piacevoli sogni di amore e felicità. Nonostante l’onorata stirpe, i d’Andrézy sono una casa alquanto decaduta, e non mi pare indegno che un gentiluomo possa prendere in considerazione l’idea di restituire al suo nome il lustro perduto.
E questi sogni, come potevo sentire, non erano male accolti dalla signorina Nelly. I suoi occhi sorridenti mi autorizzavano a farli. La dolcezza della sua voce mi dava speranza.
Nel mentre ci avvicinavamo alla costa americana, l’intensa ricerca del ladro era stata apparentemente abbandonata ed eravamo tutti in trepidante attesa del momento supremo in cui il misterioso enigma sarebbe stato svelato. Chi era Arsène Lupin? Sotto quale nome, sotto quale travestimento si nascondeva il famoso Arsène Lupin?
E infine, quel momento supremo arrivò. Se anche dovessi vivere cento anni, non ne dimenticherei mai il più piccolo dettaglio.
“Come siete pallida, signorina Nelly”, dissi alla mia compagna, mentre si appoggiava al mio braccio, quasi sul punto di svenire.
“E voi!” rispose, “ah! Siete così cambiato!”
“Provate a pensare! Questo è un momento oltremodo emozionante e io sono lusingato di passarlo con voi, signorina Nelly. Spero che, qualche volta, la vostra memoria possa tornare…”
Ma non mi stava ascoltando. Era nervosa ed eccitata. La passerella fu messa in posizione, ma, prima che potessimo percorrerla, i doganieri in uniforme salirono a bordo. La signorina Nelly mormorò:
“Non mi sorprenderebbe sentire che Arsène Lupin sia scappato dal battello durante il viaggio.”
“Forse ha preferito la morte al disonore e ha scelto di buttarsi nell’Atlantico piuttosto che farsi arrestare.”
“Oh, non scherzate”, disse infastidita.
Improvvisamente trasalii e, mentre continuava a interrogarmi, le dissi:
“Vedete quell’ometto anziano in piedi all’estremità della passerella?”
“Con un ombrello e una redingote verde oliva?”
“È Ganimard.”
“Ganimard?”
“Sì, il celebre detective che ha giurato di catturare Arsène Lupin. Ah! Ora capisco come mai non abbiamo ricevuto nessuna notizia da questa parte dell’oceano. Ganimard era qui! E lui tiene sempre segreti i suoi affari.”
“Allora credete che arresterà Arsène Lupin?”
“Chi può dirlo? Ganimard non ha mai visto il vero aspetto di Arsène Lupin. A meno che non sia a conoscenza del suo falso nome…”
“Oh!” esclamò la signorina, con quella curiosità un po’ morbosa propria delle donne, “se potessi assistere al suo arresto!”
“Dovrete essere paziente. Senza dubbio, Arsène Lupin avrà già notato il suo nemico. Preferirà lasciare il battello insieme agli ultimi passeggeri, quando gli occhi del vecchio si saranno affaticati.”
Lo sbarco ebbe inizio. Appoggiato al suo ombrello, con un’aria di noncuranza, Ganimard non sembrava dare attenzione alla folla che si precipitava lungo la passerella. Notai che un ufficiale di bordo, in piedi dietro di lui, gli comunicava qualche informazione di tanto in tanto.
Il marchese di Raverdan, il maggiore Rawson, l’italiano Rivolta e molti, molti altri avevano già lasciato il battello prima che apparve Rozaine.
Povero Rozaine! Non sembrava ancora essersi ripreso dalle sue disavventure!
“Forse è lui, in fin dei conti”, mi disse la signorina Nelly. “Cosa ne pensate?”
“Penso che sarebbe molto interessante avere Ganimard e Rozaine nella stessa foto. Tenete la fotocamera, io ho troppe cose da portare.”
Le diedi la fotocamera, ma era troppo tardi perché la potesse usare. Rozaine stava già passando. L’ufficiale dietro Ganimard si piegò in avanti e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Il detective francese scrollò le spalle e Rozaine passò oltre.
Ma allora, mio Dio, chi era Arsène Lupin?
“Sì,” disse la signorina Nelly ad alta voce, “chi potrà mai essere?”
Oramai, non più di venti persone rimanevano a bordo. La signorina le esaminò una a una, nel timore che Arsène Lupin non fosse tra di loro.
“Non possiamo aspettare ancora a lungo”, le dissi.
Si avviò verso la passerella. Le venni dietro. Ma non avevamo fatto dieci passi quando Ganimard ci sbarrò il passaggio.
“Ebbene? Cosa succede?” esclamai.
“Un momento, signore. Dove andate di fretta?”
“Sto accompagnando mademoiselle.”
“Un momento”, ripeté con un tono più autoritario.
Mi fissò intensamente. Dopodiché, guardandomi negli occhi, mi disse:
“Arsène Lupin, giusto?”
Mi misi a ridere.
“No, sono solo Bernard d’Andrézy.”
“Bernard d’Andrézy è morto in Macedonia tre anni fa.”
“Se Bernard d’Andrézy fosse morto, io non sarei qui. Ma siete in errore. Eccovi i miei documenti.”
“Quelli sono i suoi e posso dirvi esattamente come ne siete entrato in possesso.”
“Voi siete pazzo!” esclamai. “Arsène Lupin viaggiava sotto il nome di R.”
“Sì, un altro dei vostri trucchi. Una falsa pista che è riuscita a ingannare quelli di Le Havre. Te la sei giocata bene, ragazzo mio, ma questa volta la fortuna è contro di te.”
Esitai per un momento. Con un colpo secco, Ganimard mi batté sull’avambraccio destro. Lanciai un urlo di dolore. Mi aveva colpito sulla ferita, non ancora guarita, a cui faceva riferimento il telegramma.
Fui costretto ad arrendermi. Non c’era alternativa. Mi voltai verso la signorina Nelly che, pallida e vacillante, aveva sentito tutto.
I nostri occhi si incontrarono, diede poi uno sguardo alla Kodak che le avevo affidato. Fece un gesto brusco, ed ebbi l’impressione, la certezza, che all’improvviso aveva capito tutto. Sì, proprio lì, fra le strette falde di cuoio nero, nella cavità del piccolo oggetto, che avevo avuto la precauzione di metterle fra le mani prima che Ganimard mi arrestasse, proprio lì avevo depositato i ventimila franchi di Rozaine, insieme ai diamanti e alle perle della signora Jerland.
Oh! Posso giurare che, in quel momento solenne, quando mi trovavo tra le grinfie di Ganimard e dei suoi due assistenti, ero assolutamente indifferente a tutto, al mio arresto, all’ostilità della gente, tutto eccetto questa sola domanda: cosa ne avrebbe fatto la signorina Nelly di ciò che le avevo confidato?
In assenza di quella prova materiale e definitiva, non avevo nulla da temere, ma la signorina Nelly avrebbe scelto di fornirla?
Mi avrebbe tradito? Avrebbe recitato la parte di un nemico che non concede perdono, o quella di una donna il cui sdegno è ammorbidito da sentimenti di indulgenza e di involontaria compassione?
La signorina passò davanti a me. Non dissi nulla ma la salutai, chinandomi molto lentamente. In mezzo agli altri passeggeri, avanzò verso la passerella con la mia Kodak in mano.
Mi sopravvenne che non avrebbe osato espormi in pubblico, ma entro un’ora, o entro pochi attimi, avrebbe potuto benissimo consegnare la fotocamera alle autorità.
Tuttavia, arrivata a metà della passerella, con un movimento di simulato imbarazzo, lasciò cadere la fotocamera in acqua tra il molo e il fianco della nave.
Poi la vidi allontanarsi.
La sua graziosa figura si perse tra la folla. Per un attimo apparve di nuovo e di nuovo scomparve. Era finita, finita per sempre.
Per un momento, rimasi immobile. Ero triste, ma al contempo, provavo un sentimento di dolce commozione. Poi, con grande sorpresa di Ganimard, mormorai:
“Che peccato che io non sia un uomo onesto…”
Questa fu la storia del suo arresto, così come me la narrò Arsène Lupin una sera d’inverno. Gli avvenimenti del destino, di cui un giorno scriverò, avevano stabilito fra di noi certi legami… potrei dire di amicizia? Sì, mi azzardo a credere che Arsène Lupin mi onori della sua amicizia ed è per questa amicizia che talvolta, improvvisamente, si presenta a casa mia, portando, nel silenzio della mia biblioteca, la sua giovane esuberanza di spirito, il suo entusiasmo contagioso e l’allegria di un uomo per il quale il destino non ha in serbo nient’altro che favori e sorrisi.
Il suo ritratto? Come potrei descriverlo? Venti volte vidi Arsène Lupin, e venti volte quello che mi apparve era un essere diverso.
“Io stesso”, mi disse una volta, “non so più bene chi sono. Non riesco più a riconoscermi davanti a uno specchio.”
Senza dubbio, era un grande attore e possedeva una capacità prodigiosa nel camuffarsi. Senza il minimo sforzo, poteva assumere la voce, i gesti e le maniere di un’altra persona.
“Perché,” disse ancora, “perché dovrei avere una forma e un aspetto definitivi? Perché non evitare il pericolo di una personalità che è sempre la stessa? Le mie azioni servirebbero a identificarmi.”
Poi aggiunse, con un tocco di orgoglio:
“Tanto meglio se nessuno potrà mai dire con assoluta certezza: Ecco Arsène Lupin! Ciò che conta è che la gente possa riferirsi ai miei lavori e dire, senza paura di sbagliare: Questa è opera di Arsène Lupin!”